Rivista di Psicologia: Intervistiamo il Prof. Girolamo Lo Verso

Intervistiamo il Prof. Girolamo Lo Verso

da SEF Rivista di Psicologia ” NEO FUNZIONALISMO E SCIENZE INTEGRATE” 
N.4 – Dicembre 2016 

RUBRICA:Psicoterapia


Professore Ordinario di Psicoterapia presso il Dipartimento di Psicologia dell’Università degli Studi di Palermo e docente di Psicoterapia relazionale e di Psicologia del fenomeno mafioso presso l’Università Kore di Enna. E’ fondatore del modello teorico-clinico della Gruppoanalisi soggettuale; si occupa del coordinamento scientifico dei gruppi di ricerca sulla valutazione della psicoterapia, lo psichismo mafioso, la clinica dei gruppi, identità e cultura. È probiviro del Collegio dei professori italiani di psicoterapia clinica. E’ membro di molte società scientifiche Italiane ed Internazionali e del comitato scientifico di numerose riviste. E’ autore di oltre 350 fra saggi e ricerche e curatore o autore di 38 volumi.

 


Psicologia e Medicina sono oggi ancora molto lontane? C’è la possibilità di collegare elementi soggettivi e oggettivi?

Per certi aspetti con la medicina tecnologica la distanza è aumentata. Per altri, con l’attenzione alla dimensione relazionale è invece implementata la vicinanza. Una forte spinta all’integrazione può venire proprio dal problema dei costi. È infatti, ormai, constatazione internazionale che un trattamento psicoterapeutico (di gruppo per l’esperienza che io meglio conosco) oltreché aiutare nella malattia fisica in sé stessa e nella sua gestione  (da parte di pazienti, familiari, personale sanitario) può consentire un miglioramento dei costi. Possono, infatti, diminuire le giornate di degenza e l’uso dei farmaci (che si regolarizza maggiormente), la perdita delle giornate lavorative, ecc. Il termine soggettivo in psicoterapia va relativizzato poiché dipendente anche dalla proprio storia psichica (che influenza anche il corpo e la malattia) che implica famiglia, cultura, esperienze educativo-esistenziali-relazionali. Viceversa, il termine oggettivo in medicina deve tenere conto di fattori soggettivi quali il vissuto e la risposta alla malattia, la rilevanza dell’effetto placebo e, quindi, della relazione di cura. Del fatto che ogni paziente è un “malato” diverso da un altro. Della grande questione psicologica del vissuto rispetto all’assunzione di farmaci.


Secondo le concezioni più attuali della psicoterapia in che relazione stanno il corpo e la mente?

 In due capitoli specifici di miei testi teorico-clinici (Le relazioni soggettualI, Boringhieri 1987; La Grupponalisi soggettuale, Lo Verso, Di Blasi, Cortina 2012) ho cercato di sistematizzare un contributo all’approfondimento complessivo sul rapporto mente-corpo-relazione. In realtà il modello andrebbe ampliato all’infinito. Da vari studiosi viene sottolineata la rilevanza dell’alimentazione, dell’ambiente sociale e fisico, della storia transgenerazionale della famiglia, degli aspetti clinici ed ecologici, delle problematiche etico-antropologiche (una scienza dell’uomo  e della sua cura dovrebbe realizzare questo impossibile confronto con tutto ciò). I tre elementi succitati della vita umana sono considerabili oggi, in rapporto ed in con-presenza. Ciascuno di essi non può svilupparsi né esistere in assenza degli altri due. Ed, inoltre, va detto, oggi, che non vi è un prima ed un poi. Senza relazione (a partire da quella erotica) non vi è un corpo e nemmeno una mente. Senza mente non c’è pensiero sul corpo e sulla relazione. Senza corpo, relazione e mente vagherebbero nel vuoto. Anche la con-presenza di fattori consci ed inconsci (nel senso ampio di questi termini) non è ignorabile. Da un lato, quindi, la psicologia clinica (ma anche antropologia, sociologia, ecc.) hanno approfondito la centralità della relazione. Dall’altro, le neuroscienze hanno documentato un cervello dinamico in continua evoluzione delle proprie connessioni neuronali. Lo sviluppo dei processi neuronali è legato all’esperienza. Ma che cos’è l’esperienza per l’uomo? Prevalentemente la relazione con l’altro (con le emozioni e i pensieri che ciò implica). Ma anche il vissuto ed il pensiero diuturno sull’altro.


In quali malattie la psicoterapia può aiutare oggi la medicina? E in che modo? Agendo su quali meccanismi e su quali livelli?

 Direi più o meno in tutte. Nel mio settore conosco, direttamente, esperienze di gruppo in oncologia, pediatria, geriatria, audiologia, urologia (eiaculazione precoce), in tutto il settore neuro-psichiatrico, ecc. Lo strumento gruppo agisce appunto sul livello relazionale, interno ed esterno, conscio ed inconscio, diuturno (veglia e sogno). Ciò ha forti implicazioni sull’intero processo psicosomatico mente, corpo e relazione. Si può dire oggi che la psicoterapia non è più solo uno “strumento psichico che interviene sullo psichico” ma uno strumento che implica il bios nel suo insieme di interezza del vivente. Non ho esperienza di altre forme di intervento su medicina e psicoterapia ma gli studi e le possibilità sono molti. Che la relazione ed il corpo fossero fortemente collegati lo “vidi” con stupore molti anni fa. Constatai, infatti, nei vari gruppi analitici la positiva evoluzione di tematiche, apparentemente, strettamente fisiche. Ad esempio, il ritorno delle mestruazioni, la significativa diminuzione del numero delle crisi in pazienti con epilessia neurologica, ecc. Miei allievi hanno avuto eccellenti risultati con gruppi con pazienti anziani e anche con Alzheimer e/o con loro care-giver e/o con il personale sanitario. Lo strumento principale di intervento è, quindi, lo scambio relazionale con il paziente/i che agisce sulla complessità dei livelli succitati. È chiaro che esso può (e a volte deve) essere integrato da altre cose: movimento, forme cliniche di arte terapia, socializzazione ed implementazione sociale, lavoro con familiari, assegnazione di compiti (in casi gravi), tecniche di intervento varie.


E’ possibile capirne di più, andare più a fondo? Che ricerche sarebbero necessarie?

Certamente è possibile capirne di più ed implementare l’efficacia dell’intervento. Basti pensare all’evoluzione della psicoterapia negli ultimi 50 anni. La ricerca deve essere a 360 gradi e non miope né limitata al proprio modello, neanche se questo è convincente, abbastanza esaustivo, rigoroso e con una lunga storia. Ricerca clinico-teorica sui set(ting), sui pazienti e sui terapeuti. Ed anche, oggi, ricerca empirica. Quest’ultima, infatti, oggi è sempre meno statistico-descrittiva. È andata oltre il concetto di sperimentale, inutile in un caso dove contano soggettività, storia psichica e relazione. È sempre più attenta allo studio del single case, all’integrazione tra metodi quantitativi e qualitativi. Anche in Italia l’SPR sta facendo un utile lavoro in questo campo. Anche con l’obiettivo di avvicinare ricerca empirica e pratica clinica. Indispensabili una all’altra. Tutto ciò sta anche aiutando l’integrazione delle psicoterapie ad andare oltre i modelli, in qualche caso inconsistenti, e agli interessi di scuole e scuolette autoreferenziali. Esempi interessanti sono le già citate evoluzione relazionale ed esperienziale delle neuroscienze, la maturazione alla dimensione interpersonale del più evoluto cognitivismo, l’attenzione al terapeuta, al set(ting), al lavoro di terapia di molta psicodinamica sia individuale che di gruppo.


Si potrebbe creare un Laboratorio sperimentale in tal senso? E con quali soggetti?

Come dicevo, l’uso del termine sperimentale è ormai non produttivo nel nostro campo. Ed è stata sottolineata l’inutilità dell’uso del più realistico ed utile empirico. La ricerca dovrà anche tenere conto che il prossimo convegno dell’SPR si intitola “Il ritorno di soggetti”. Dieci anni fa, quando, presiedendo questa società, proposi di fare una tavola rotonda internazionale sulla ricerca sui terapeuti, fummo piacevolmente stupiti dal grande interesse che essa suscitò, in primo luogo nei colleghi statunitensi che noi, pregiudizialmente, pensavamo fossero i più chiusi o bloccati dalle bufale anti-cliniche delle assicurazioni che obbligavano a fare solo 10 sedute.

I soggetti della ricerca sono, quindi, quelli di cui ho parlato: terapeuti, pazienti, integrazione contesti/se(ting), aspetti psichici, relazionali e corporei, ecc. Nel nostro caso non può certo esistere la scoperta “cruciale” tranne che l’introduzione di nuovi dispositivi e sguardi clinici. Può esistere un costante lavoro di ricerca e pratica clinica che aiuti a capire sempre meglio cos’è la psicoterapia, le differenze utili dell’impiego di questa o quella metodologia, la calibratura dei tempi, quale trattamento è più utile per ogni singolo paziente, quali integrazioni ed approfondimenti specifici ogni pratica psicoterapeutica può avere con le altre. Torno all’idea iniziale. Ogni paziente è portatore di fatti inconsci, di vissuti relazionali, di una storia familiare ed antropo-etnica, di un corpo con la sua storia, ecc.


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